Dalle difficoltà che sta creando l’ESA con una richiesta di aumento di finanziamenti, a quelle create da un ingiustificato tentativo di raddoppio dei satelliti Sentinel nel programma Kopernikus, alla lievitazione dei costi di ExoMars, ad un “circuito poco virtuoso” nella vendita dei lanci Ariane 5, al ruolo delle PMI: è stato un intervento davvero a tutto campo e senza uso di mezzi termini quello del commissario dell’Agenzia Spaziale Italiana, Enrico Saggese, al convegno “L’Europa nello spazio: il ruolo dell’Italia”, organizzato ieri a Roma da ASAS (Associazione per i Servizi, le Applicazioni e le Tecnologie ICT per lo Spazio) in vista della ministeriale dell’Agenzia Spaziale Europea che si svolgerà a novembre in Olanda sotto la presidenza italiana.
«La situazione non è facile anche per i recenti cambiamenti in ASI», ha detto in apertura lavori Luigi Ciavoli Cortelli, presidente di ASAS. «È necessario e doveroso valorizzare gli investimenti fatti dal nostro paese. Lo sviluppo delle applicazioni è essenziale ed è un bene per tutta la filiera. Applicazioni e PMI devono dunque essere due punti chiave nella ministeriale».
La presenza come moderatore del gen. Pietro Finocchio, ha proseguito Ciavoli Cortelli, «è il segno del peso che la Difesa ha come utente delle attività spaziali. Anche qui c’è da spingere e promuovere per una maggiore utilizzazione delle tecnologie spaziali, anche perché sta finalmente passando pure a livello europeo il concetto di duale». Infine, ha concluso, «l’Italia dovrà puntare ad una distribuzione equilibrata delle risorse ed essere capace di inserirsi nei programmi dove le risorse sono allocate».
«La ministeriale non si presenta facile», ha esordito Enrico Saggese: «l’ESA stabilisce le risorse per un triennio, ma ora sta chiedendo risorse che si estendono molto nel tempo. Questa politica è cominciata nella ministeriale del 2005, con la richiesta di risorse significative che non sono state spese nel triennio 2005-2008. L’Italia si era impegnata per 1,6 miliardi di euro ma ne ha spesi in realtà solo 600 milioni; quindi nel prossimo triennio dobbiamo spendere presumibilmente un miliardo di euro. Su questo tipo di impegno si innesta la ministeriale 2008, che chiede un ammontare significativo di risorse, 12,5 miliardi di euro, per attività non coerenti nel tempo, che durano due, quattro o addirittura sei anni. A fronte di questa richiesta dell’ESA, la Francia ha già dichiarato di non essere disponibile a finanziare una ministeriale che superi gli otto miliardi di euro.
Inoltre, visto che in ESA già mettiamo più del 50% delle risorse allocate dal ministero, che sono circa 611 milioni di euro l’anno costanti, non rimarrebbe nulla per satelliti nazionali e internazionali bilaterali, il che non è possibile. L’ideale sarebbe quindi posizionarci in ESA con circa 300 milioni di euro, pari al 12% di quello che l’ESA dice di spendere e al rapporto con il PIL: perciò è questo il numero magico su cui puntare. Visto però che abbiamo già da spendere un miliardo di euro, per il prossimo triennio non dovremmo spendere nulla: la cosa naturalmente non è possibile, ma dovremo cercare di spendere il meno possibile».
Saggese è poi passato a parlare della «decisione dell’ESA di allargare i programmi a più attività, per arrivare a “declaration” molto ampie, nelle quali ogni Paese sottoscriva le parti di suo interesse, per arrivare, sommando le dichiarazioni ella soglia dell’85-90 per cento necessaria a far partire quel tipo di attività. Per molti stati, tra cui l’Italia, la situazione diventa complicata perché non riusciamo ad identificare bene dove mettere le nostre risorse a vantaggio delle nostre eccellenze; d’altro canto, si tratta di un criterio molto penalizzante che impedisce di recuperare i soldi messi se il progetto non va a buon fine. È già successo con il programma FLPP (Future Launchers Preparatory Programme per lo sviluppo di sistemi di lancio di nuova generazione, formalizzato nel 2005) dove eravamo interessati ad un veicolo di rientro automatico con capacità alare, lanciato con Vega, al quale e si erano detti disponibili a partecipare anche Francia e Germania: nel momento in cui si andò a concretizzare, Francia e Germania si sono ritirate, ma i 70 milioni di euro che l’Italia aveva già messo non abbiamo potuto recuperarli e devono essere deviati su attività che non ci interessano e non interessano le nostre aziende. È chiaro quindi che l’allargamento delle “declaration” ha conseguenze industrialmente importanti. Questo approccio non ci sta bene e sta bloccando l’avvio della ministeriale».
«Su questo clima – ha proseguito il commissario dell’ASI - si innestano le macro scelte che stiamo facendo. Per quanto riguarda ExoMars, l’ESA dice che il costo salirà a 1,5 miliardi di euro e sarebbe una sfida farlo con 1,2 miliardi di euro contro i 600 approvati dalla ministeriale. Su questo programma l’Italia si è impegnata per il 40% di questa cifra. La levitazione dei prezzi è dovuta al fatto che ora i francesi ci vogliono mettere sopra un payload, chiamato Jep, che è pesante, e costringerebbe a cambiare lanciatore, con un notevole aumento di spesa. Altri vogliono mettere il braccio robotizzato su una rover e altri un sistema di rilancio dei dati intorno a Marte. Questo programma però, essendo un dimostratore tecnologico e non una missione scientifica, non è passato e non è sotto il vaglio degli scienziati, il che significa che non c’è nessun controllo sui contenuti scientifici del programma stesso e un giorno qualcuno potrebbe chiedere conto di un incremento dei soldi spesi su ExoMars, visto che se li mettiamo lì non potremo destinarli ad altre attività di tipo scientifico. Per questo ho detto che continuiamo a supportare ExoMars e ad investire in esso, ma la quantità di denaro dichiarata a suo tempo, cioè il 40% di 600 milioni. Contemporaneamente abbiamo chiarito che non vogliamo impedire a nessuno di investire più di noi e siamo anche disponibili a cedergli la prime contractorship: ma nessuno si è fatto avanti».
Per quanto concerne Kopernikus (già GMES), «è il secondo programma europeo di interesse UE. Negli accordi tra ESA ed UE si dice che le attività relative ai servizi da rendere al cittadino sono responsabilità dell’Unione Europea, mentre l’Agenzia Spaziale Europea deve fare ricerca e sviluppo. Il problema che si sta ponendo è che l’ESA non vuole finanziare solo i satelliti Sentinel, sui quali abbiamo interesse a mettere gli strumenti, ma anche i satelliti B, cioè le loro copie carbone perché, dicono, potrebbero interessare a qualcuno. Questo porta il programma a crescere nell’ordine di grandezza del miliardo di euro. L’Italia ne ha sottoscritto il 30% e, questa volta in linea con i francesi, abbiamo dichiarato che sui satelliti “copia carbone” non ci deve essere finanziamento: se c’è una comunità di utenti interessata a quei satelliti, si facesse avanti e li comprasse. In questa direzione abbiamo chiesto due dichiarazioni, una riguardante le sentinelle A e una le sentinelle B. Questa posizione è in fase di valutazione e quello che emerge è che vorrebbero farci scendere al 15% su un programma doppio, il che significherebbe rinunciare a fare sviluppi e chiedere alle industrie che hanno già vinto contratti di fare delle copie di quello che hanno già fatto».
Sui lanciatori, ha proseguito Saggese, «abbiamo una situazione assolutamente poco virtuosa perché Arianespace ci chiede i soldi per portare in nero i bilanci che sono in rosso. Per essere chiari, nel programma Arta (parte del programma sviluppo di Ariane 5, NdR) ci sono soldi per fare ricerca e sviluppo, ma anche per rimettere i bilanci in pareggio. Sapete che Arianespace vende i lanciatori ad un costo inferiore a quello pari alla somma spesa per comprarlo dall’industria e mantenere la base di lancio. Tutti nella ministeriale del 2005 abbiamo approvato l’accesso garantito allo spazio, perché vogliamo che l’Europa sia in grado di lanciare i propri satelliti, ma Arianespace ha capito invece di dover conquistare il mercato mondiale dei satelliti geostazionari per cui, nonostante ad ogni lancio perda soldi, continua a vendere sottocosto».
Per questo «abbiamo chiesto all’ESA chiarimenti e che senso abbia fare dumping, ma l’ESA non ha risposto e non si capisce quanti sono i lanci necessari per rimetterci il meno possibile. Allora abbiamo chiesto di sapere se i soldi vanno a pagare Arianespace o a finanziare ricerca e sviluppo.
Nello stesso tempo vogliamo concentrarci sul lanciatore italiano, dove ci sono stati maggiori costi di sviluppo, come succedere per tutti i nuovi vettori. La Germania ci ha chiesto di entrare nel Vega e probabilmente farà uno stadio superiore a liquido».
L’ultimo capitolo del suo intervento Saggese lo ha dedicato alle “Piccole e medie imprese” (PMI): «in ESA – ha detto - finanzieremo relativamente poco i programmi Artes, mentre in Italia abbiamo le piccole missioni e i programmi tecnologici, che continueremo a sviluppare, ma senza fare assegni in bianco: si finanzia la fase A, se quella è superata si finanzia la B ecc.; non milioni ad un’idea, ma centinaia di migliaia di euro a delle idee da verificare per vedere se dietro l’idea c’è un contenuto. Costituiamo inoltre un ufficio di colloquio con le PMI».
«Non potendo fare sistemi – ha concluso - vorrei che le PMI facessero prodotti. Vogliamo fare un osservatorio di piccole e medie imprese perché continuiamo a non sapere chi, quali, dove e come sono: non c’è un database, nemmeno in ESA, che dica cosa fanno, qual è il loro fatturato, che interessi hanno e quali strategie vogliono sviluppare. Per premiare questo sforzo abbiamo deciso di mettere 5 milioni di euro per chi, spiegando cosa e come vuole far un prodotto e che mercato vuole aggredire, non ha i soldi per svilupparlo».
«Stiamo anche cercando di risolvere il problema relativo a congruità, collaudi e pagamenti, per capire se le regole che abbiamo sono corrette e funzionali oppure no. Questo è collegato ad un rapporto serio e sincero: se alleggeriamo i controlli e i vincoli per velocizzare, ci aspettiamo che nessuno se ne approfitti».
Il gen. Finocchio, direttore generale di Teledife, ha ricordato che «se non si è nello spazio, ne va di mezzo la sovranità nazionale». Marco Airaghi, consigliere del ministro della Difesa ha sottolineato «la necessità di far capire ai nostri governi l’importanza delle ricadute delle attività aerospaziali sul benessere dei cittadini e sulla Difesa». Riguardo le risorse, «visto che non sono infinite, vanno ottimizzate e le esigenze militari non potranno essere ignorate nella prossima ministeriale». Airaghi ha poi rilanciato l’idea di un «collegamento permanente tra Difesa ed ASI».
Il convegno è stato chiuso dall’ dall’on. Silvano Moffa, componente del VAST: «La ministeriale – ha detto – è un appuntamento importante per capire le strategie italiane ed europee per i prossimi 10-15 anni. Ho grande fiducia nell’Europa, ma anche grande rispetto per la necessità di difendere gli interessi nazionali». Moffa ha poi concluso affermando che «all’indomani della ministeriale si dovrà riorganizzare l’Agenzia spaziale italiana per rimodellarla sulla base delle nuove politiche strategiche che usciranno dal vertice europeo: significa affrontare criticità quali l’esiguità delle risorse umane, alla necessità di far coincidere un rilancio dell’ASI con un adeguata capacità di spesa, alle chiusure normative introdotte dal governo, sulle quali si dovrà avere la possibilità ragionare».