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        28/9/2008 - 6:03 pm |  di: G. Di BernardoAnalisi, Spazio  

Shenzhou 7: missione compiuta. Nello spazio Cina sempre più vicina all’Occidente

Poche ore fa la Shenzhou 7 ha toccato terra nelle steppe interne della Mongolia, concludendo una missione di 68 ore, durante la quale è stata effettuata con successo la prima passeggiata spaziale cinese.

Alle attività extraveicolari siamo ormai abituati, risalendo la prima al 1965 e per averne viste più di 100 nel corso della realizzazione della stazione spaziale internazionale. Eppure questa realizzata dalla Cina conserva il sapore della novità e apre, forse e finalmente, nuovi scenari.

Perché? Primo motivo di riflessione, la cadenza impressionante con cui il colosso orientale è entrato nel mondo del volo spaziale umano, conquistandone la tecnologia terza al mondo dopo l’allora URSS e gli Stati Uniti: in appena tre missioni, nel 2003, 2005 e oggi, ha sperimentato con successo tecniche che i predecessori avevano messo a punto con vari lanci, Mercury e Gemini gli uni, Vostok e Voskhod gli altri. È vero che erano altri tempi, pionieristici, e che la Cina si è avvantaggiata degli errori e dell’esperienza accumulata da altri, compreso il non piccolo aiuto dei russi nella realizzazione della capsula Shenzhou, gemella maggiorata della Soyuz, ma è vero anche che l’ha fatto. L’Europa no. Eppure da anni l’Europa lancia vettori Ariane 5, che erano stati progettati per essere “manned”, possiede (soprattutto attraverso l’industria italiana) tutte le competenze per la realizzazione di moduli pressurizzati e sta sviluppando (con un preponderante contributo italiano) tecnologie di avanguardia per sistemi di rientro.

Può darsi che la Cina abbia investito in questa direzione solo per motivi propagandistici, per dimostrare al mondo che non è più il paese delle magliette taroccate e dei palloni di cuoio, ma è anche vero che da noi si parla tanto della necessità strategica di avere un’autonomia di lancio: bene, la Cina l’ha raggiunta, l’Europa no. E poi, la storia insegna che i ritorni di programmi di questo genere, non sono solo di immagine, ma anche economici, visto che tutti riconoscono che dal programma Apollo, che portò gli americani sulla Luna per avere un’immagine vincente sull’Unione Sovietica, sono tornati al contribuente americano tre dollari almeno per ogni dollaro pagato in tasse, senza contare i 160.000 brevetti che hanno cambiato la vita di tutti i giorni a noi comuni mortali.

Sta di fatto che in tre missioni soltanto, la Cina ha dimostrato di essere in grado di mandare un’astronauta in orbita, poi un equipaggio di due persone, poi un equipaggio di tre, capace anche di effettuare una passeggiata spaziale con una tuta fatta in casa. Manca il docking, e Pechino sarà pronta a fare la sua prima stazione spaziale, per quanto semplice e umile rispetto alla ISS, che proprio per la sua complessità e dipendenza dagli shuttle alcuni considerano, rispetto ai piani iniziali, un flop miliardario e clamoroso. A quel punto possiederà tutte le competenze per il grande salto verso il nostro satellite, che potrebbe in corso d’opera diventare il vero obiettivo, se la crisi economica degli Stati Uniti dovesse portare al differimento del programma americano per riportare un loro uomo sulla Luna.

Le variabili, in questo tipo di previsione, sono molte e di tipo tecnologico, ma soprattutto economico e politico. Fare previsioni sullo sviluppo di un programma spaziale è quindi imprudente, e ci limiteremo solo a segnalare che, per alcuni motivi, l’idea non è poi tanto peregrina.

Tutto ruota attorno a due aspetti: il primo, già citato, è la crisi economica statunitense; il secondo, è la crisi strutturale della NASA, che è diventata una sorta di volano che sembra riuscire a procedere solo nella direzione del recupero delle idee e delle tecnologie di cui si è impadronita, senza generarne da anni di veramente nuove (basti pensare alla soluzione adottata per il vettore Ares 1, che riutilizza maldestramente per un lanciatore manned un booster allungato dello shuttle, alla capsula Orion, che ricorda talmente quelle usate negli anni 70 da essere stata battezzata “Apollo con gli steroidi”, al recupero dei motori J-2 sviluppati negli anni ’60 da von Braun per i Saturno).

I due aspetti sono inestricabilmente legati tra loro con possibili e negative conseguenze per l’ambizioso programma di ritorno alla Luna americano: con pochi soldi e poca fantasia la NASA potrebbe non riuscire a rispettare il calendario previsto per il lancio inaugurale dell’Ares 1, che tra l’altro ha non pochi problemi di progettazione. Ritardare l’entrata in servizio del nuovo vettore significherebbe ritardare anche, verosimilmente, la data della prima missione lunare, per ora fissata al 2020. Non solo, se Ares ed Orion non saranno operativi dal 2015, il gap tra il ritiro dello shuttle nel 2010 e il ritorno all’autonomia di lancio statunitense si farà ancora più ampio, costringendo ad una di queste tre opzioni: prima, prolungare la dipendenza americana dalle Soyuz russe, cosa che dopo la crisi della Georgia e il raffreddamento dei rapporti tra Washington e Mosca potrebbe non essere praticabile e che già in sé non rappresenta l’ideale per l’immagine americana di superpotenza spaziale; seconda, prolungare l’uso degli shuttle oltre il 2010, con costi enormi per la NASA (circa 2,5 miliardi di dollari), che necessariamente andrebbero ad incidere sui fondi per lo sviluppo di Ares ed Orion, ritardandone ulteriormente la messa a punto; terzo, accelerare lo sviluppo di Ares ed Orion, con i rischi che comporta un’operazione di questo genere sull’affidabilità, come dimostrato ampiamente dallo shuttle.

Di queste difficoltà potrebbe avvantaggiarsi la Cina, che con un programma ben cadenzato potrebbe riuscire a mettere a segno il colpo grosso, ancor più motivata a farlo perché mettere un cinese sulla Luna rappresenterebbe, nell’immaginario collettivo, il segno visibile della fine del dominio politico-economico americano nel mondo.

Ora c’è da porsi una domanda, tanto più che siamo a ridosso di una ministeriale dell’Agenzia spaziale europea (ESA) che dovrà disegnare lo scenario delle attività spaziali del Vecchio Continente almeno per il prossimo decennio: l’Europa cosa intende fare? Abbiamo le idee, abbiamo le tecnologie, abbiamo le industrie e, se vogliamo, abbiamo anche i soldi.

«I miei saluti a tutti, nel mio Paese e nel mondo», ha detto Zhai Zhigang uscendo dal boccaporto della Shenzhou 7 (vedi foto sopra). Parole simili potremmo sentirle un giorno pronunciare da un altro cinese, ma questa volta dalla Luna.

(nelle foto, in alto Zhai Zhigang, Liu Boming, e Jing Haipeng dopo l’atterraggio; in basso Zhai Zhigang che saluta uscendo dal boccaporto della Shenzhou 7 in orbita, crediti CNSA e CCTV)

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