di Antonio Bordoni
Quando si critica la deregulation del trasporto aereo - o almeno gli aspetti negativi della trasformazione del settore, a partire dalla riduzione della concorrenza invece del suo aumento - arriva immancabile la risposta consolatoria che «Oggi tutti possono volare, al contrario di ieri.» E a nulla vale far notare che il "prodotto aereo" di oggi non è minimamente comparabile con l’esperienza del volo di "ieri", perché la nuova generazione non può nemmeno immaginare quale servizio di bordo e di terra offrissero le compagnie aeree di una volta. Così quando abbiamo letto la storia di Steven Slater - ma soprattutto quando abbiamo letto i commenti sui giornali che hanno accompagnato questa vicenda - non abbiamo potuto fare a meno di pensare che forse «quanto abbiamo detto e scritto sulle storture dell’odierno modo di volare non è poi così sballato e campato in aria.»
Questa, per sommi capi, la vicenda come riportata dai quotidiani. A Pittsburgh nella fase di decollo Slater interviene per cercare di mettere pace fra due signore che litigano fra loro per la sistemazione del bagaglio a mano nei contenitori interni, sopra i sedili. Avendo una della due signore portato a bordo un pezzo in più di quanto permesso, Slater decide di trasferire quello eccedente nella stiva. Ne nasce una lite e Slater viene involontarianente colpito alla fronte da uno spigolo dello sportello bagagli della cabina.
Tutto sembra finito e concluso, ma quel giorno Slater doveva avere il bioritmo al minimo.
L’aereo atterra a New York e lo steward interviene di nuovo per avvertire la medesima signora del bagaglio di non alzarsi dal posto finché l’aereo è in movimento e di non aprire il porta-bagagli. Risposta non proprio signorile, con brutte parole che volano. Nemmeno a farla apposta un oggetto cade, ancora una volta dal vano superiore, e lo colpisce in fronte. Ed ecco la svolta eclatante. Slater afferra l’interfono e avverte tutti i passeggeri che dopo vent’anni ne ha abbastanza di quella vita; poi apre l’uscita di sicurezza, aziona lo scivolo di emergenza ed esce dall’aereo in modo teatrale.
Come abbiamo detto ciò che più ci ha colpito di questa vicenda sono i commenti di contorno che abbiamo letto sulla stampa. Basterà citarne due. Per il Corriere della Sera del 12 agosto, «La vicenda è diventata emblematica di un modo di volare che, tra spazi ridotti e supplementi per bagagli, stressa equipaggio e passeggeri. Tra controlli sicurezza asfissianti, congestione del traffico, ritardi, sedili sempre più stretti e tentativi di portarsi tutto a bordo per evitare i pagamenti supplementari per il bagaglio in stiva, stressa tutti, equipaggio e passeggeri.»
Per il britannico Independent «Il problema è ben più grave della vicenda di Slater, del suo capo o della JetBlue: è l’industria delle aerolinee in se, con il suo record di cronico eccesso di offerta, scarsi margini di guadagno, promiscuità dei passeggeri (in senso commerciale si intende) e l’insuccesso nel riuscire ad operare come una industria razionale» (11 agosto).
Così dopo il comandante "Sully" Sullemberger , l’eroe dell’Hudson che riuscì a far ammarare l’A320 sul fiume Hudson, oggi i cittadini americani hanno un nuovo idolo: appunto Steven Slater, subito soprannominato "l’eroe dei lavoratori maltrattati".
Per noi Slater è semplicemente l’ovvia risultante di una industria la quale prima forniva un servizio di pubblica utilità e oggi - adeguandosi ai mutati scenari dell’economia globale - deve pensare prima al profitto e poi, se rimane qualcosa, alla qualità del servizio. Ma con il personale spremuto all’osso dubitiamo che ciò possa accadere.
Per il momento prendiamo atto che è stato uno steward a "mandare a quel paese" i passeggeri. Speriamo che domani lo stesso non accada al comandante che pilota l’aereo. Fino ad oggi quando si parla del "personale navigante di condotta", della sua stanchezza e dello stress si usa pudicamente il termine più rassicurante di "fatigue". Fino ad oggi.