«Un’importantissima riforma strutturale dal punto di vista economico». Così il presidente del Consiglio Mario Monti ha definito la relazione sul «progetto di revisione della Struttura di Difesa» presentato dal ministro Giampaolo Di Paola in piena coerenza con le sue prime dichiarazioni all’indomani della nomina: ridurre i numeri per salvare la qualità. Se così fosse, non si potrebbe che essere d’accordo. In realtà i tagli annunciati - a partire da quello dei cacciabombardieri F-35 indispensabili per mantenere un’adeguata capacità aerea - vanno in una direzione più vicina al ridimensionamento che non alle responsabilità che competono alla terza economia d’Europa. Non è forse un caso che l’ennesimo giro di tagli alla Difesa giunga insieme alla rinuncia a candidarsi alle Olimpiadi. (Si badi: non a organizzarle, ma a concorrere per farlo). Commettendo prima un peccato di superbia nell’immaginare di vincere a tavolino, e poi uno di modestia nel ritirarsi dalla gara senza neppure raggiungere i blocchi di partenza.
Per la Difesa l’atteggiamento rinunciatario è dissimulato da numeri che sembrano fatti apposta per confondere. A una lettura superficiale il comunicato stampa del governo, che parla di innalzare il livello dell’investimento medio per ciascun militare dagli attuali 16.424 euro alla media europea di 26.458, sembra quasi anticipare un aumento delle spese per la sicurezza. Pur denunciando una spesa per la difesa dello 0,9% del PIL (poco più della metà della media UE dell’1,61%), l’unica armonizzazione citata è quella della ripartizione della spesa. Al primo punto la riduzione di 19 punti percentuali della spesa per il personale, da ottenersi nell’arco di dieci anni: più che a esodi assisteremo quindi al "blocco del turnover". Il grosso saranno nella fascia dei sottufficiali, che sono 71.500 a fronte dei 90.000 di truppa (con un rapporto di 1,25 a 1), ma dovrebbero essere sfoltiti del 20% anche gli ufficiali. Numeri - si badi - dati dalla stampa, e non dal governo, con tutte le implicazioni del caso in termini di trasparenza. Può darsi che vengano fatti nell’annunciato passaggio parlamentare, ma la sensazione è quella di una formalità.
Lo stesso meccanismo vale per l’annunciata riduzione degli F-35. Il governo nulla dice in proposito, rimarcando piuttosto la necessità di essere «allo stesso livello tecnologico» degli alleati. Una definizione che si presume includa gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, la Norvegia, l’Olanda e la Turchia, tutti paesi robustamente incamminati lungo quella strada. La traduzione sui quotidiani è invece l’opposto: taglio di 40 macchine. Nessun accenno alle valutazioni strategiche di fondo, all’impatto sul peso internazionale dell’Italia, all’omogeneità interna dello strumento militare nazionale e alle conseguenze industriali. Non potendosi toccare la componente imbarcata, pena la vanificazione della portaerei Cavour, ecco che la riduzione graverebbe su un’unica forza armata. La riduzione dell’acquisto porterà - anche questo è agevole da prevedere - a un minor ruolo industriale, riducendo in misura almeno pari le ricadute occupazionali. Il risparmio, in compenso, sarà modesto. Se a regime il prezzo unitario sarà intorno ai 55 milioni ad aereo, come ha detto giorni fa il generale Claudio Debertolis, tagliarne 40 significa risparmiare 2,2 miliardi. Da questa cifra bisogna però defalcare come minimo i maggiori costi derivati dal minore utilizzo dello stabilimento di Cameri. Morale: il taglio della spesa sarà intorno a un decimo, ma quello della capacità sarà di oltre un terzo. Se a ciò si aggiungono le necessità addestrative e manutentive, si prospetta uno scenario di un Paese G8 che alle future coalizioni atlantiche o europee potrà contribuire con 20-30 aerei da combattimento. Quanto questo possa «esprimere un’operatività all’altezza delle aspettative dell’Unione europea e della Nato», come dice il governo, è difficile da capire.
Intendiamoci: il rammarico è certamente superiore alla sorpresa. Sono due secoli che in Italia il rapporto tra la prospettiva liberale e le forze armate si svolge all’insegna di un garbato disinteresse nel quale il necessario apparato militare è in gran parte gestito in modo piuttosto impreciso attraverso la costante limitazione della spesa anziché agganciandolo agli obblighi e alle ambizioni nazionali.
L’ingresso nella NATO ha modificato tali atteggiamenti solo in parte. Il trasferimento in ambito internazionale delle maggiori decisioni strategiche non ha contribuito a sviluppare la cultura della difesa e della sicurezza della classe politica e dei massimi livelli amministrativi, che continuano a ritenere queste ultime come dei puri costi, fonte di fastidi e di ritardi. Come le Olimpiadi, appunto. Salvo affrettarsi a elargire qualche cavalierato e farsi fotografare con gli atleti quando vincendo danno lustro all’Italia. Fuori casa, naturalmente.