Si è conclusa il 15 gennaio con un perfetto atterraggio di una capsula-lander nel deserto dello Utah la missione della sonda statunitense Stardust, che era stata lanciata nel 1999 verso la cometa Wild-2, sfiorata a 300 chilometri di distanza nel febbraio del 2004. All’interno della capsula, in un contenitore sigillato, i primi campioni di chioma cometaria e di particelle del vento solare e polveri interstellari mai riportati a terra, che nei prossimi sei mesi saranno studiati anche in Italia presso l’osservatorio astronomico di Capodimonte (NA) sotto la guida del direttore Luigi Colangeli.
Gli scienziati della NASA decisero di utilizzare l’aerogel per intrappolare le polveri, per evitare che queste vaporizzassero nell’impatto, viaggiando ad una velocità relativa di quasi 100.000 chilometri orari rispetto alla Stardust. L’aerogel infatti, pur essendo un solido, è poche volte più denso dell’aria e quello utilizzato nel collettore è in grado di fermare le particelle che incontra senza neanche modificarne la forma, dissipandone completamente l’alta energia cinetica.
La raccolta è avvenuta in tre fasi: quella di polveri interstellari nel 2000 e 2002 e quella di chioma cometaria nel 2004. Studiandole gli scienziati sperano soprattutto di acquisire nuove informazioni sulla formazione del sistema solare, del quale le comete sono come resti fossili incontaminati. L’osservatorio astronomico di Capodimonte, l’unico in Italia a ricevere campioni della missione Stardust, è impegnato anche in altre attività spaziali con propri strumenti; ricordiamo tra gli altri MEDUSA (Martian Environmental Dust Analyser), proposto come payload del rover della futura missione ExoMars dell’ESA, e GIADA (Grain Impact Analyser and Dust Accumulator), strumento imbarcato sulla sonda europea Rosetta, sviluppato a Napoli presso il Laboratorio di Fisica Cosmica dell’Università di Napoli "Parthenope"/Osservatorio Astronomico di Capodimonte, per il quale Colangeli è principal investigator.